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Quando Irene bussò alla porta del mio studio, portava con sé un peso che non riusciva più a sostenere. Infermiera in un grande ospedale, stimata dai colleghi e apprezzata dai pazienti, era arrivata a domandarsi se quel lavoro che un tempo amava fosse ancora la sua strada. I turni massacranti, le responsabilità cresciute negli anni e l’incapacità di dire “no” l’avevano trascinata in un burnout profondo, silenzioso, che le stava consumando energia e senso di direzione.

Continuava a ripetersi che non avrebbe dovuto lamentarsi: un buon stipendio, un posto fisso nella pubblica amministrazione. “Sono stupida a pensare di voler qualcosa di diverso”, diceva. Eppure ogni giorno diventava più difficile alzarsi dal letto con la stessa dedizione di prima.

Dietro quel malessere c’era una dinamica che Irene stentava a riconoscere: la sua disponibilità era diventata terreno fertile per richieste infinite. La caposala le chiedeva di rinunciare a riposi e ferie per coprire i turni; alcuni colleghi approfittavano della sua generosità. Lei acconsentiva sempre, convinta che prima o poi qualcuno si sarebbe accorto della fatica che stava facendo. Ma quel momento non arrivava mai.

Un passato che chiede ascolto

Indagando la sua storia personale, emerse un’infanzia serena, un legame profondo con i genitori e con il fratello maggiore, fu proprio lui a incoraggiarla a chiedere aiuto. Eppure Irene si sentiva bloccata all’idea di lasciare il lavoro: sarebbe stata un’altra sconfitta, “l’ennesima”, diceva.

Fu allora che si affacciò un ricordo lontano, ancora vivo sotto la superficie: gli anni del liceo. Un professore di italiano che, inspiegabilmente, l’aveva presa di mira. Anni di insufficienze, svalutazioni, frasi pesanti: “Sei una nullità, non farai mai niente di buono.” Nonostante il supporto della famiglia e delle ripetizioni, la situazione era peggiorata. Ancora oggi, incontrare per caso quell’uomo bastava a farle gelare il sangue.

Quel dolore sospeso era rimasto lì, silenzioso, pronto a riattivarsi ogni volta che Irene si sentiva messa sotto pressione, giudicata, costretta a dimostrare il proprio valore.

Il lavoro su di sé

Abbiamo iniziato dalla base: tecniche di gestione dello stress, rilassamento e meditazione. Poi, attraverso il lavoro con l’EMDR, Irene ha potuto rimettere in ordine le emozioni del passato e guardare in faccia quel periodo del liceo che l’aveva segnata più di quanto credesse.

Durante una seduta, un ricordo affiorò con una chiarezza improvvisa: infermieristica non era stato il suo sogno, ma un ripiego. Lei avrebbe voluto fare farmacia. Non ci aveva provato per mancanza di fiducia nelle proprie capacità, una voce interiore che non era sua ma dell’adolescente ferita da quelle continue svalutazioni.

La scelta che cambia il percorso

Con il tempo, Irene ha iniziato a recuperare parti di sé che credeva perdute: la determinazione, il coraggio, la capacità di scegliere ciò che è davvero importante. Ha deciso di lasciare il lavoro da infermiera, non per sconfitta, ma per consapevolezza.

Oggi ha iniziato un nuovo corso di laurea, più in linea con ciò che sente di essere adesso, con la maturità dei trent’anni e con quella forza che l’ha sempre abitata, ma che per un periodo si era offuscata.

La sua storia non parla di abbandono, ma di riconnessione. Di una donna che ha saputo guardare dentro di sé e riprendersi il diritto di scegliere un cammino che la rispecchiasse davvero.

Se anche tu in qualche modo ti riconosci nella storia di Irene, non aspettare altro tempo per riprendere in mano la tua vita, scrivimi per fissare un primo colloquio.

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