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All’apparenza, Marco ha tutto. A 35 anni ha costruito un piccolo impero, è una persona brillante, dipendenti e clienti lo adorano. Chi lo incontra per strada vede un uomo solido, intelligente, realizzato. Eppure, nella stanza di terapia, la prima cosa che Marco dice non riguarda i suoi successi. Con la voce tremante confessa:

Mi sento un impostore. Ho il terrore che gli altri scoprano che, in realtà, non valgo nulla.

Marco viveva in uno stato di allerta perenne. Una riunione di lavoro non era un confronto tra professionisti, ma un campo minato. Se un collega bisbigliava qualcosa al vicino o rideva di una battuta, il cuore di Marco si fermava. La sua mente leggeva un solo messaggio: “Stanno ridendo di me”. Per sopravvivere a questa ansia, Marco aveva sviluppato una strategia estenuante: il compiacimento. Evitava ogni conflitto. Diceva sempre di sì. Si caricava di lavoro extra pur di non essere “escluso” o giudicato male. Risultato? Un professionista di successo sull’orlo del burnout, guidato non dall’ambizione, ma dalla paura.

 

Quando il passato non passa

Perché un uomo adulto e stimato si sente così piccolo? Durante la terapia, Marco non ha raccontato di grandi tragedie o abusi familiari. La sua infanzia sembrava normale. Ma quando gli ho chiesto di concentrarsi su quella specifica sensazione di “essere sbagliato” e “indifeso”, la sua memoria ha aperto una porta che teneva chiusa da anni.

Il ricordo “target” era nitido: lo spogliatoio della palestra delle scuole medie. Non c’erano grandi discorsi, solo sensazioni fisiche. Un gruppo di compagni che gli nasconde i vestiti, le risate che rimbombano tra le piastrelle fredde. La vergogna bruciante di voler scomparire, nudo e indifeso di fronte al branco. In quel momento, il cervello di Marco (che allora aveva 12 anni) aveva registrato una convinzione errata ma potentissima:

Sono debole.

Senza accorgersene, Marco portava quel dodicenne spaventato in ogni riunione di lavoro. Sovrapponeva i volti dei bulli di ieri a quelli dei colleghi e dei sottoposti di oggi.

Riscrivere la storia con l’EMDR

La psicoterapia non serve a cancellare i ricordi, ma a togliere loro il potere di ferirci oggi. Utilizzando l’EMDR (una tecnica specifica per l’elaborazione dei traumi), Marco è tornato in quello spogliatoio. Ma questa volta non era solo. Poteva osservare la scena con gli occhi dell’adulto che è oggi.

È avvenuto qualcosa di straordinario. Marco ha realizzato che la vergogna che sentiva addosso non apparteneva a lui, ma ai suoi aggressori. Ha capito che quel bambino non era “sbagliato”, era solo.

La sua convinzione profonda è cambiata:

  • Prima: “Sono debole.”
  • Dopo: “Sono sopravvissuto. Ero solo un bambino, ora sono al sicuro e ho valore.”

Sbloccando quel ricordo, l’ansia nelle riunioni di Marco è svanita. Non perché i colleghi siano cambiati, ma perché Marco ha smesso di guardare il mondo con gli occhi di un bambino spaventato.

Un messaggio per chi si riconosce

Molti di noi camminano portandosi dietro “spogliatoi” invisibili. Piccoli o grandi traumi che continuano a dettare le nostre reazioni, le nostre paure e il nostro valore. La psicoterapia è l’atto di coraggio più grande che tu possa fare per te stesso: smettere di credere di essere un impostore e iniziare a vedere la persona che sei realmente. Non devi convivere con quella voce per sempre. Contattami, puoi guarire.

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